Il senso della scrittura in un attimo

Quel momento arriva, sappiatelo.

Quando prendi la tua passione per la scrittura e le fai una radiografia perché, è inevitabile, vuoi capire, vuoi sapere cosa ti ha portato. Come e se ti ha cambiato.

Si dice che un libro non solo cambi il lettore, ma anche chi l’ha scritto.

Fin dall’inizio ho aperto un file nel quale annoto tutto. Mai avuta una gran memoria, di conseguenza ho pensato di prendere nota di ogni cosa scritta, pubblicata, dove e perché. C’è una colonna con i premi vinti, le copie vendute e tutto il resto. Non è maniacalità, ma proprio che non ricordo, e se qualcuno mi pone una domanda precisa ci tengo a evitare brutte figure.

Ho creato il file forse perché sapevo che quel momento sarebbe arrivato, prima o poi. Una mattina mi sarei svegliato pensando: “Sì, ok, cosa mi ha dato la scrittura lo so. Ma cosa ho dato io alla scrittura, o lasciato a un lettore o lettrice?

Il primo racconto che ho scritto si intitolava “L’ultimo spettacolo” (trentacinque anni fa, più o meno), un’accozzaglia ingenua di parole. Di buono c’è che era soltanto una pagina, e scritta a macchina per giunta (sì, ce l’ho ancora, sia la macchina da scrivere che la storia).

L’ultimo il racconto è “Yamapuri”, una distopia ambientata in India.

Nel mezzo tanti racconti e romanzi, un mare di parole, di storie e bei momenti, almeno in numero simile a quelli brutti.

Ho scritto poco in realtà. Benedetto sia il vizio di farlo quando ne ho voglia e sempre e solo quel che mi va. Di mode ne ho viste passare tante, e soprattutto molti correrci dietro nella speranza di acchiappare il treno giusto. Io ero quello seduto sulla panchina a bordo binario, a leggere un libro.

Qualcuno direbbe che è poco professionale. Altri che sarei potuto arrivare più in alto, fino alla grande editoria.

Più in alto di cosa? Di chi? Perché?

E soprattutto: cos’è la grande editoria? Numeri, scrivere quel che ti dicono perché vende, fare il manovale per altri, sfornare libri come una catena di montaggio…? Davvero?

Mai avuto ansie editoriali, voglia di sgomitare, di farmi una foto a Segrate come attestasse chissà cosa, postare tutti i giorni sui social perché, vivaddio, recensioni, like e followers mi definiscono. Sempre sul pezzo, sempre sul pezzo… Assillare con ogni cosa riguardi la mia scrittura, dimostrare che esisto, che sto emergendo o che – urrà… click, foto a Segrate o in libreria mentre tengo un mio libro – sono quasi diventato uno scrittore vero.

Alla fine si scopre come non sia una questione di meta. Mai, nell’espressione artistica.

E poi arriva il momento. Non una mattina qualsiasi, ma quella mattina precisa, e ti chiedi: quindi?

E quindi niente, apro il famoso file riassuntivo e do un’occhiata, ancora una volta.

Fuffa, tutta fuffa.

Ci rifletto su e capisco che il senso è altrove. Il senso delle parole è sempre altrove: oltre il nome in copertina, il bisogno di arrivare, di poter dire sui social che si è scrittori, di assurgere a uno status diverso. Si è quel che si è, e non saranno una o cinquanta pubblicazioni a cambiare un dato di fatto.

Poco più di un anno fa mi trovavo in una scuola a parlare del mio ultimo libro per ragazzi: “Il club dei quattro ronin”. Scuola, bullismo, amicizia, judo… Forse la storia più mia che abbia scritto.

Alla fine, dopo il rito degli autografi e delle dediche, una maestra mi sussurrò: – Per ultimo c’è questo bambino, ha subito un forte bullismo, ci teneva tanto…

Aveva i capelli neri, occhiali alla Harry Potter, un’espressione che definire impacciata e timida è un eufemismo, e teneva stretto il libro come fosse la cosa più preziosa che avesse al mondo. Mi guardò, sorrise, ci scambiai qualche parola, gli chiesi del libro, rispose entusiasta.

Dietro di lui, non l’avevo notata, c’era una donna. Si avvicinò, prese il bambino per le spalle e mi disse: – Salve, sono la madre… So che è inusuale, ma volevo esserci per conoscerla… Il libro che ha scritto gli ha cambiato la vita, non lo lascia mai, l’ha letto almeno tre volte e ha pure voluto iniziare a praticare judo… È più sicuro di sé, è diverso…

Rimarcò quell’ultima parola, diverso, quasi stupita. Era emozionata, e quell’emozione mi arrivò addosso come un treno. Mi sentii piccolo come mai nella vita. Avevo solo raccontato una storia, in fondo.

Eccolo lì il quindi. Il senso di trentacinque anni di scrittura.

Guardo di nuovo la schermata del file. Una dozzina di libri, decine di racconti pubblicati, decine di premi vinti, in soffitta almeno un paio di scatoloni pieni di targhe, trofei… Fuffa. Ancora oggi, come il primo giorno, mi dà fastidio che mi definiscano scrittore, e non invidio davvero chi non vede l’ora di definircisi. Ricordate: io sono quello seduto sulla panchina a bordo binario.

È sempre il viaggio a contare, la strada che hai percorso per arrivare, ovunque sia. Poi ci arrivi, e scopri come non sia così importante. Quel che hai avuto in cambio durante il viaggio, sì.

Il quindi era in quello sguardo e non me n’ero reso conto. Quel bambino non stava stringendo il mio libro, ma una storia, la forza che ne aveva tratto per essere diverso. Il resto non contava, il nome sulla copertina era un dettaglio: poteva essercene uno qualsiasi, non avrebbe fatto differenza.

Il senso di trentacinque anni di scrittura in un momento, e ho avuto la fortuna di averlo e di esserci.

Accidenti, se per me è stata grande editoria.