WORDS

L'ORIGINE DELLA COMETA

Di certe cose restano solo i ricordi. Come cicatrici.

Parlare con un ragazzo di quindici anni e scoprire che quando usi il termine “naja” non sappia cosa significhi, ti fa rimanere un po’ così… Deluso. Magari senza motivo. Ma tant’è.

A me la naja ha dato, e ha tolto.
La spensieratezza che si ha intorno ai vent’anni, quella sì, se l’è presa.
Non dirò dov’ero, in quale città, ma lui si chiamava Michele, questo posso dirlo. Aveva diciannove anni ed era sperduto, glielo leggevi negli occhi, oltre a molti altri problemi di salute che si portava dietro, più una moglie e un figlio piccolo a Milano. A me mancavano quattro mesi per il congedo e un po’ cercavo di aiutarlo perché si vedeva che stava male, che non ce la faceva più con quel congedo che a lui sarebbe spettato di diritto ma che non arrivava perché da qualche parte un burocrate dell’esercito si era appisolato dietro a una virgola.
Avevo preso i gradi per evitare i servizi, tipo pulire i bagni (termine troppo elegante per descriverli), le camerate, fare le guardie sulle altane e roba così. I corsi per avere i gradi li facevano fare soltanto a chi aveva un minimo di titolo di studio; del mio scaglione eravamo in sessanta: un laureato, due universitari (uno ero io) e cinque o sei diplomati. C’erano una dozzina di ragazzi con solo la quinta elementare. Era il ’92 e a livello di istruzione sembrava il dopoguerra. La naja ti insegnava a capire l’Italia.
Una notte mi toccò comandare la guardia, di ronda eravamo in tre e c’era Michele di turno su un’altana. Mi trovavo dall’altro lato della caserma quando si sparò. Poi ricordo poco, solo una gran corsa e un ufficiale che ci tenne lontani. Accadde poco il giorno dopo, se non che fu messa la sordina al fatto, che l’indagine fu rapida e che l’ufficiale più alto in grado, un sottufficiale e il capo camerata (io) per prassi dovettero aprire l’armadietto di Michele e fare l’inventario. Pochi abiti, molte medicine e qualche foto con moglie e figlio; era uguale a come lo ricordavo: emaciato, pallido e coi capelli rossicci.
Neanche era passato un giorno e sembrava un anno, almeno.
Non trovarono di meglio che mandare una rappresentanza al funerale. Un piccolo autobus con una decina di soldati, un sergente che rimase sul mezzo e io che dovevo “portare” gli altri.
«Cola, ricordati che era depresso, non potevi farci niente» mi disse il colonnello a comando della caserma. «Inoltre gli ufficiali hanno altri impegni e meno siamo meglio è, fidati.» Lì per lì non capii, poi, durante la sepoltura, con i commilitoni schierati e io che li mettevo sull’attenti, cominciarono ad arrivare gli insulti e gli sputi di parenti e amici. Durò parecchio.
In ritardo, ma afferrai il concetto.

Tornato in caserma mi feci un tatuaggio: una cometa presa da un libro che raffigurava incisioni azteche. Avevo bisogno di qualcosa che mi ricordasse il “passaggio” di quell’anno.
Chiesi al colonnello per quale motivo la bandiera della caserma non fosse a mezz’asta e mi rispose, vado a memoria, che era consentito soltanto per le autorità di qualsiasi tipo e non ricordo cos’altro. La settimana dopo, per dire, morì l’ambasciatore turco e la bandiera fu messa a mezz’asta.

In quel momento decisi di scrivere una lettera che spedii a KING, un mensile che adesso non c’è più e che era simile a MAX o GQ. Raccontai tutto e mi servì per sfogarmi; gli diedi anche un titolo: “Sotto la divisa niente”, non un granché, ma passatemela. KING vendeva più di un milione di copie e riceveva qualche centinaio e più di lettere al mese, figurarsi se qualcuno avrebbe potuto interessarsi alla mia. E invece no, qualcuno lo fece e la lettera, a mo’ di articolo con titolo e tutto il resto, campeggiava a piena pagina, anonima come l’avevo spedita.
Non ci ero andato tenero e per circa un paio di settimane in caserma cercarono chi fosse stato, ma senza risultati. Sarebbe bastato guardare i titoli di studio delle schede compilate all’arrivo dei soldati per capire, ma la ben nota perspicacia militare mi fu d’aiuto.
Fui congedato e me ne andai. Certi ricordi poi devono fare i conti con altre cose che arrivano a cambiarti la vita e, come dev’essere, lasciano il posto alle novità. Il ricordo di Michele però è sempre rimasto forte, malgrado tutto, e con esso la mancanza di voglia di raccontarlo, almeno fino a oggi. Per molti anni l’ho considerato soltanto una cosa mia e l’articolo una pagina strappata che non mi apparteneva.

Alla fine, col tempo, è passata, come la spensieratezza che è rimasta in mezzo al piazzale della caserma, nelle camerate e insieme a troppa gente che non capiva.
Ma la cometa, quella, c’è ancora.

L'EMOZIONE A BASSA GRAVITÀ

L’aver saltato l’allunaggio dell’Apollo 11 è una cosa che mi perseguiterà per tutta la vita. Insomma, va bene che non è stata colpa mia, ma avessero ritardato di qualche anno non sarebbe stato male. Ogni volta che in tv trovo un servizio sull’Apollo 11 non me lo perdo (come il film sull’Apollo 13). È sempre un’emozione unica, un punto di svolta che, secondo me, l’umanità aveva raggiunto e che si è fatta scivolare addosso imboccando la direzione sbagliata del bivio. Sarebbe facile essere retorici, ma non è colpa mia se oggi di uomini del genere ce n’è a malapena l’ombra. Purtroppo sembra che sicurezza, spavalderia e coraggio vengano messe a servizio unicamente dell’idiozia e quasi mai per un nobile fine. Mi vengono i brividi se penso che l’Eagle, il modulo di allunaggio, andò lungo di parecchie miglia mancando il sito previsto per l’allunaggio e che Armstrong scese con solo 45 secondi di carburante rimasti. Oppure che in fase di partenza dalla superficie lunare, scoprirono che l’interruttore per l’accensione del motore di risalita era danneggiato e lì per lì usarono una penna per attivare il contatto. Come fosse un joystick. No, quella era gente di altro tipo, che anche se ne avesse avuta la possibilità, lassù, coi piedi dove nessuno li aveva mai posati, non si sarebbe fatta un selfie. Poco ma sicuro.

IL VIC, LA VOLPE E TUTTE LE ALTRE VOLTE

Molti sanno. Per tutti gli altri, Vic è Vittorio Curtoni. Sì, è. Perché anche se da un paio d’anni non c’è più, il Vic appartiene alla categoria di persone che ha l’abitudine di restare. Qualità che dice tutto.
Molti l’hanno conosciuto più e meglio di me, quindi mi limiterò a dire che col suo sapere di scrittura, letteratura e editoria, gli veniva naturale segnarti in qualche modo se solo avevi la possibilità di stargli un po’ vicino. E poi c’era l’uomo, che sarebbe riduttivo definirlo così, perché a dire il vero era una forza della natura. Cinque minuti e ti faceva venire il buonumore, anche solo a guardarlo. Figuriamoci se parlava.
Nel novembre del 1999 ero al convegno “La fantascienza e i giovani” tenutosi a Camerino, piccolissimo centro dell’entroterra marchigiano. Oltre al Vic c’erano anche Valerio Evangelisti e Vittorio Catani, non male come terzetto. Si era al buffet e mi piazzai timidamente dietro di loro (le chiacchiere migliori si fanno sempre mentre si mangia) per ascoltare e assorbire il più possibile da coloro che consideravo autentiche icone della fantascienza italiana. A un certo punto, parlavano di racconti e premi letterari, il Vic disse: – … Per esempio il Courmayeur di quest’anno… Ero in giuria e abbiamo votato tutti all’unanimità perché un racconto così lo trovi di rado. Me ne sarei andato se non avesse vinto…”.
In mezzo secondo capii cosa vuol dire essere senza sangue; non so dove prelevai il coraggio ne-cessario per farmi avanti e dire: – … Ehm… Signor Curtoni, quel racconto l’ho scritto io…
– Davvero? Bravo. Vieni e fatti un bicchiere.
L’ho conosciuto in questo modo. Il Vic era così.
Di storie ce ne sarebbero a bizzeffe, tutte nate da cene e convention nelle quali dava sempre il meglio di sé. E in una di queste occasioni fu partorita l’idea dello SVIC, il suo club, con annesso premio letterario per il peggior racconto di fantascienza dell’anno appositamente scritto per l’occasione. C’è gente che è rimasta segnata nel vincere quel premio, noi nell’organizzarlo. Ma si sarebbe potuto fare solo col Vic.
Il racconto di quel premio Courmayeur (“Mishima Boulevard”) ci ha poi seguito a lungo, anche quando Vic accettò di far rinascere la rivista Robot; mi telefonò e disse: – Alberto, voglio Mishima. Sarà il primo numero della nuova Robot e non posso non mettercelo.
Oppure quando mi telefonò dopo la pubblicazione di “Lazarus”:
– Alberto, i miei complimenti, qua tutto bene.
– Ne sono felice.
– E adesso che farai?
– Non lo so, a dire il vero sono un po’ stanco. Penso che con la fantascienza smetterò.
– Non fare il cretino, che ci sei te e poc’altro…
– Ma avrebbe senso continuare a scrivere le stesse cose? Vic, sono scarico…
– Allora è diverso. Fai quel che cazzo preferisci e tira dritto.
È stata l’ultima volta che l’ho sentito.
Anni fa, preso dalla voglia di creare un sito personale abbastanza umoristico e più che altro per sfottere le mie manie da scribacchino, gli chiesi qualche riga che mi descrivesse e lui, ricordandomi sempre su un treno per andare da qualche parte e terrorizzato dal caldo, mi inviò questo: “Era un tipo umido. Da condizionatori o climatizzatori che dir si voglia. Odiava cammelli, dromedari e canguri perché gli ricordavano distese troppo ampie e troppo assolate. Adorava i pinguini. Questi forti limiti ideologici hanno inciso pesantemente sulla sua narrativa, ma c’è chi ha fatto peggio. Però scriveva bene. ‘Azzo se scriveva bene. Certi suoi racconti avrei voluto scriverli io. Invece li ha scritti lui. Brutta bestia. Era infine un grandissimo viaggiatore ferroviario. Un futurista in ritardo. Conosceva a memoria gli orari di tutti i treni per e da tutte le città italiane da e per Tolentino. Non che a me la cosa servisse molto, visto che vivo a Piacenza, però questa sua onniscienza ferroviaria ha fatto di lui quel grande uomo rinascimentale che è stato.” Vic, era impossibile non volerti bene.
E la volpe? Chi non ha mai letto due suoi racconti: “La volpe stupita” e “La dignità della volpe”, forse non può capire. Era il suo animale preferito. Se c’era lui di mezzo, una volpe c’entrava sempre.
Scusa Vic, ma senza di te mi vengono da dire solo cose banali.

LE STORIE NEGLI OCCHI

È iniziato tutto con una telefonata a Chiara, editor del Il Battello a Vapore.
– Sai, Chiara, vivo nel pieno della zona terremotata. Ci sono molti problemi nelle scuole e alcune hanno perso le loro biblioteche. Possiamo fare qualcosa?
– A quale indirizzo ti mando i libri?
Così… senza un perché o un percome, un vediamo, un ne parlerò con chi di dovere. Così è, quando si lavora con persone meravigliose.
Qualche giorno fa sono andato alla scuola De Magistris di Caldarola, una scuola che non c’è più. Infatti ora i ragazzi sono ospitati in un edificio della zona industriale. Nelle aule, ricavate alla bell’e meglio, la vita va avanti, fuori un po’ meno. Ma da queste parti non siamo gente che si lamenta anche se alcuni dei ragazzi, oltre a non avere più una scuola, non ha più neanche una casa. Arrivo con i miei tre scatoloni traboccanti di libri. Un bel peso, lo ammetto. Un peso che dà soddisfazione però. Che ti fa sentire parte di qualcosa. Entrando, ciò che noto sono gli sguardi rivolti a quelle scatole e ai libri che contengono, neanche fossero tanti Graal fatti di carta. Che poi a dire il vero è così perché un libro è sempre qualcosa di sacro, a suo modo.
– Sapete perché sono qui? – chiedo.
– Ci hai portato i libri! – rispondono tutti insieme, le voci che sembrano uno scroscio di pioggia estiva, tanto sono eccitate.
– No –. Pausa, attimi di confusione. – Vi ho portato delle storie.
Risate, facce che si rilassano, come a dire: “Ce l’avevi quasi fatta, furbastro”. E via senza sosta, perché con i ragazzi è così: accendi la miccia e partono, una deflagrazione di domande, gioia, curiosità e mille altre cose. Tutte buone. Tutte sane. E qualcuno ancora mi chiede se io non mi senta sminuito nello scrivere storie per ragazzi dopo tanti altri libri. Mettetevi l’anima in pace… No, perché scrivo ciò che mi riempie. Abbiamo parlato di idee, di scrittura, di come si “fa” un libro, di come lo si pensa, delle storie che preferiscono e di quelle che scriverebbero loro. Senza pause, senza limitazioni, a ruota libera. Ne hanno approfittato, bravi, del resto ero lì per quello, e i libri la chiave per far emergere le loro curiosità e fantasie. Un pozzo bello ampio, bello profondo, come dev’essere a quell’età.
Per giornate così ci sarebbero tanti grazie, ma tre voglio spenderli per la Dirigente Scolastica, Fabiola Scagnetti, e per le insegnanti Annalisa Cicconi e Simona Ciccotti, che si sono prestate al gioco e hanno lasciato i ragazzi e le ragazze liberi di sfogarsi. Non è stata una ”lezione”, ma credo quella scolaresca vociante e interessata abbia comunque appreso qualcosa. Certo non per merito mio, che sono stato solo il tramite. Quando sono uscito, un’immagine mi è rimasta in mente, bella vivida, senza spigoli o ruvidezze. La stessa che sento di avere quando inizio un nuovo romanzo, o ne termino uno; quando un bambino mi manda la foto di un mio libro che sta leggendo, o una mamma mi racconta che è piaciuto tanto anche a lei.
Tutti avevano storie negli occhi. Ve ne ruberò un po’.

L'ORIGINE DELLA COMETA

Di certe cose restano solo i ricordi. Come cicatrici.

Parlare con un ragazzo di quindici anni e scoprire che quando usi il termine “naja” non sappia cosa significhi, ti fa rimanere un po’ così… Deluso. Magari senza motivo. Ma tant’è.

A me la naja ha dato, e ha tolto.
La spensieratezza che si ha intorno ai vent’anni, quella sì, se l’è presa.
Non dirò dov’ero, in quale città, ma lui si chiamava Michele, questo posso dirlo. Aveva diciannove anni ed era sperduto, glielo leggevi negli occhi, oltre a molti altri problemi di salute che si portava dietro, più una moglie e un figlio piccolo a Milano. A me mancavano quattro mesi per il congedo e un po’ cercavo di aiutarlo perché si vedeva che stava male, che non ce la faceva più con quel congedo che a lui sarebbe spettato di diritto ma che non arrivava perché da qualche parte un burocrate dell’esercito si era appisolato dietro a una virgola.
Avevo preso i gradi per evitare i servizi, tipo pulire i bagni (termine troppo elegante per descriverli), le camerate, fare le guardie sulle altane e roba così. I corsi per avere i gradi li facevano fare soltanto a chi aveva un minimo di titolo di studio; del mio scaglione eravamo in sessanta: un laureato, due universitari (uno ero io) e cinque o sei diplomati. C’erano una dozzina di ragazzi con solo la quinta elementare. Era il ’92 e a livello di istruzione sembrava il dopoguerra. La naja ti insegnava a capire l’Italia.
Una notte mi toccò comandare la guardia, di ronda eravamo in tre e c’era Michele di turno su un’altana. Mi trovavo dall’altro lato della caserma quando si sparò. Poi ricordo poco, solo una gran corsa e un ufficiale che ci tenne lontani. Accadde poco il giorno dopo, se non che fu messa la sordina al fatto, che l’indagine fu rapida e che l’ufficiale più alto in grado, un sottufficiale e il capo camerata (io) per prassi dovettero aprire l’armadietto di Michele e fare l’inventario. Pochi abiti, molte medicine e qualche foto con moglie e figlio; era uguale a come lo ricordavo: emaciato, pallido e coi capelli rossicci.
Neanche era passato un giorno e sembrava un anno, almeno.
Non trovarono di meglio che mandare una rappresentanza al funerale. Un piccolo autobus con una decina di soldati, un sergente che rimase sul mezzo e io che dovevo “portare” gli altri.
«Cola, ricordati che era depresso, non potevi farci niente» mi disse il colonnello a comando della caserma. «Inoltre gli ufficiali hanno altri impegni e meno siamo meglio è, fidati.» Lì per lì non capii, poi, durante la sepoltura, con i commilitoni schierati e io che li mettevo sull’attenti, cominciarono ad arrivare gli insulti e gli sputi di parenti e amici. Durò parecchio.
In ritardo, ma afferrai il concetto.

Tornato in caserma mi feci un tatuaggio: una cometa presa da un libro che raffigurava incisioni azteche. Avevo bisogno di qualcosa che mi ricordasse il “passaggio” di quell’anno.
Chiesi al colonnello per quale motivo la bandiera della caserma non fosse a mezz’asta e mi rispose, vado a memoria, che era consentito soltanto per le autorità di qualsiasi tipo e non ricordo cos’altro. La settimana dopo, per dire, morì l’ambasciatore turco e la bandiera fu messa a mezz’asta.

In quel momento decisi di scrivere una lettera che spedii a KING, un mensile che adesso non c’è più e che era simile a MAX o GQ. Raccontai tutto e mi servì per sfogarmi; gli diedi anche un titolo: “Sotto la divisa niente”, non un granché, ma passatemela. KING vendeva più di un milione di copie e riceveva qualche centinaio e più di lettere al mese, figurarsi se qualcuno avrebbe potuto interessarsi alla mia. E invece no, qualcuno lo fece e la lettera, a mo’ di articolo con titolo e tutto il resto, campeggiava a piena pagina, anonima come l’avevo spedita.
Non ci ero andato tenero e per circa un paio di settimane in caserma cercarono chi fosse stato, ma senza risultati. Sarebbe bastato guardare i titoli di studio delle schede compilate all’arrivo dei soldati per capire, ma la ben nota perspicacia militare mi fu d’aiuto.
Fui congedato e me ne andai. Certi ricordi poi devono fare i conti con altre cose che arrivano a cambiarti la vita e, come dev’essere, lasciano il posto alle novità. Il ricordo di Michele però è sempre rimasto forte, malgrado tutto, e con esso la mancanza di voglia di raccontarlo, almeno fino a oggi. Per molti anni l’ho considerato soltanto una cosa mia e l’articolo una pagina strappata che non mi apparteneva.

Alla fine, col tempo, è passata, come la spensieratezza che è rimasta in mezzo al piazzale della caserma, nelle camerate e insieme a troppa gente che non capiva.
Ma la cometa, quella, c’è ancora.

L'EMOZIONE A BASSA GRAVITÀ

L’aver saltato l’allunaggio dell’Apollo 11 è una cosa che mi perseguiterà per tutta la vita. Insomma, va bene che non è stata colpa mia, ma avessero ritardato di qualche anno non sarebbe stato male. Ogni volta che in tv trovo un servizio sull’Apollo 11 non me lo perdo (come il film sull’Apollo 13).
È sempre un’emozione unica, un punto di svolta che, secondo me, l’umanità aveva raggiunto e che si è fatta scivolare addosso imboccando la direzione sbagliata del bivio. Sarebbe facile essere retorici, ma non è colpa mia se oggi di uomini del genere ce n’è a malapena l’ombra. Purtroppo sembra che sicurezza, spavalderia e coraggio vengano messe a servizio unicamente dell’idiozia e quasi mai per un nobile fine. Mi vengono i brividi se penso che l’Eagle, il modulo di allunaggio, andò lungo di parecchie miglia mancando il sito previsto per l’allunaggio e che Armstrong scese con solo 45 secondi di carburante rimasti. Oppure che in fase di partenza dalla superficie lunare, scoprirono che l’interruttore per l’accensione del motore di risalita era danneggiato e lì per lì usarono una penna per attivare il contatto. Come fosse un joystick. No, quella era gente di altro tipo, che anche se ne avesse avuta la possibilità, lassù, coi piedi dove nessuno li aveva mai posati, non si sarebbe fatta un selfie. Poco ma sicuro.

IL VIC, LA VOLPE E TUTTE LE ALTRE VOLTE

Molti sanno. Per tutti gli altri, Vic è Vittorio Curtoni. Sì, è. Perché anche se da un paio d’anni non c’è più, il Vic appartiene alla categoria di persone che ha l’abitudine di restare. Qualità che dice tutto.
Molti l’hanno conosciuto più e meglio di me, quindi mi limiterò a dire che col suo sapere di scrittura, letteratura e editoria, gli veniva naturale segnarti in qualche modo se solo avevi la possibilità di stargli un po’ vicino. E poi c’era l’uomo, che sarebbe riduttivo definirlo così, perché a dire il vero era una forza della natura. Cinque minuti e ti faceva venire il buonumore, anche solo a guardarlo. Figuriamoci se parlava.
Nel novembre del 1999 ero al convegno “La fantascienza e i giovani” tenutosi a Camerino, piccolo centro dell’entroterra marchigiano. Oltre al Vic c’erano anche Valerio Evangelisti e Vittorio Catani, non male come terzetto. Si era al buffet e mi piazzai timidamente dietro di loro (le chiacchiere migliori si fanno sempre mentre si mangia) per ascoltare e assorbire il più possibile da coloro che consideravo autentiche icone della fantascienza italiana. A un certo punto, parlavano di racconti e premi letterari, il Vic disse: – … Per esempio il Courmayeur di quest’anno… Ero in giuria e abbiamo votato tutti all’unanimità perché un racconto così lo trovi di rado. Me ne sarei andato se non avesse vinto…”.
In mezzo secondo capii cosa vuol dire essere senza sangue; non so dove prelevai il coraggio necessario per farmi avanti e dire: – … Ehm… Signor Curtoni, quel racconto l’ho scritto io…
– Davvero? Bravo. Vieni e fatti un bicchiere.
L’ho conosciuto in questo modo. Il Vic era così.
Di storie ce ne sarebbero a bizzeffe, tutte nate da cene e convention nelle quali dava sempre il meglio di sé. E in una di queste occasioni fu partorita l’idea dello SVIC, il suo club, con annesso premio letterario per il peggior racconto di fantascienza dell’anno appositamente scritto per l’occasione. C’è gente che è rimasta segnata nel vincere quel premio, noi nell’organizzarlo. Ma si sarebbe potuto fare solo col Vic.
Il racconto di quel premio Courmayeur (“Mishima Boulevard”) ci ha poi seguito a lungo, anche quando Vic accettò di far rinascere la rivista Robot; mi telefonò e disse: – Alberto, voglio Mishima. Sarà il primo numero della nuova Robot e non posso non mettercelo.
Oppure quando mi telefonò dopo la pubblicazione di “Lazarus”:
– Alberto, i miei complimenti, qua tutto bene.
– Ne sono felice.
– E adesso che farai?
– Non lo so, a dire il vero sono un po’ stanco. Penso che con la fantascienza smetterò.
– Non fare il cretino, che ci sei te e poc’altro…
– Ma avrebbe senso continuare a scrivere le stesse cose? Vic, sono scarico…
– Allora è diverso. Fai quel che cazzo preferisci e tira dritto.
È stata l’ultima volta che l’ho sentito.
Anni fa, preso dalla voglia di creare un sito personale abbastanza umoristico e più che altro per sfottere le mie manie da scribacchino, gli chiesi qualche riga che mi descrivesse e lui, ricordandomi sempre su un treno per andare da qualche parte e terrorizzato dal caldo, mi inviò questo: “Era un tipo umido. Da condizionatori o climatizzatori che dir si voglia. Odiava cammelli, dromedari e canguri perché gli ricordavano distese troppo ampie e troppo assolate. Adorava i pinguini. Questi forti limiti ideologici hanno inciso pesantemente sulla sua narrativa, ma c’è chi ha fatto peggio. Però scriveva bene. ‘Azzo se scriveva bene. Certi suoi racconti avrei voluto scriverli io. Invece li ha scritti lui. Brutta bestia. Era infine un grandissimo viaggiatore ferroviario. Un futurista in ritardo. Conosceva a memoria gli orari di tutti i treni per e da tutte le città italiane da e per Tolentino. Non che a me la cosa servisse molto, visto che vivo a Piacenza, però questa sua onniscienza ferroviaria ha fatto di lui quel grande uomo rinascimentale che è stato.” Vic, era impossibile non volerti bene.
E la volpe? Chi non ha mai letto due suoi racconti: “La volpe stupita” e “La dignità della volpe”, forse non può capire. Era il suo animale preferito. Se c’era lui di mezzo, una volpe c’entrava sempre.
Scusa Vic, ma senza di te mi vengono da dire solo cose banali.

LE STORIE NEGLI OCCHI

È iniziato tutto con una telefonata a Chiara, editor del Il Battello a Vapore.
– Sai, Chiara, vivo nel pieno della zona terremotata. Ci sono molti problemi nelle scuole e alcune hanno perso le loro biblioteche. Possiamo fare qualcosa?
– A quale indirizzo ti mando i libri?
Così… senza un perché o un percome, un vediamo, un ne parlerò con chi di dovere. Così è, quando si lavora con persone meravigliose.
Qualche giorno fa sono andato alla scuola De Magistris di Caldarola, una scuola che non c’è più. Infatti ora i ragazzi sono ospitati in un edificio della zona industriale. Nelle aule, ricavate alla bell’e meglio, la vita va avanti, fuori un po’ meno. Ma da queste parti non siamo gente che si lamenta anche se alcuni dei ragazzi, oltre a non avere più una scuola, non ha più neanche una casa. Arrivo con i miei tre scatoloni traboccanti di libri. Un bel peso, lo ammetto. Un peso che dà soddisfazione però. Che ti fa sentire parte di qualcosa. Entrando, ciò che noto sono gli sguardi rivolti a quelle scatole e ai libri che contengono, neanche fossero tanti Graal fatti di carta. Che poi a dire il vero è così perché un libro è sempre qualcosa di sacro, a suo modo.
– Sapete perché sono qui? – chiedo.
– Ci hai portato i libri! – rispondono tutti insieme, le voci che sembrano uno scroscio di pioggia estiva, tanto sono eccitate.
– No –. Pausa, attimi di confusione. – Vi ho portato delle storie.
Risate, facce che si rilassano, come a dire: “Ce l’avevi quasi fatta, furbastro”. E via senza sosta, perché con i ragazzi è così: accendi la miccia e partono, una deflagrazione di domande, gioia, curiosità e mille altre cose. Tutte buone. Tutte sane. E qualcuno ancora mi chiede se io non mi senta sminuito nello scrivere storie per ragazzi dopo tanti altri libri. Mettetevi l’anima in pace… No, perché scrivo ciò che mi riempie. Abbiamo parlato di idee, di scrittura, di come si “fa” un libro, di come lo si pensa, delle storie che preferiscono e di quelle che scriverebbero loro. Senza pause, senza limitazioni, a ruota libera. Ne hanno approfittato, bravi, del resto ero lì per quello, e i libri la chiave per far emergere le loro curiosità e fantasie. Un pozzo bello ampio, bello profondo, come dev’essere a quell’età.
Per giornate così ci sarebbero tanti grazie, ma tre voglio spenderli per la Dirigente Scolastica, Fabiola Scagnetti, e per le insegnanti Annalisa Cicconi e Simona Ciccotti, che si sono prestate al gioco e hanno lasciato i ragazzi e le ragazze liberi di sfogarsi. Non è stata una ”lezione”, ma credo quella scolaresca vociante e interessata abbia comunque appreso qualcosa. Certo non per merito mio, che sono stato solo il tramite. Quando sono uscito, un’immagine mi è rimasta in mente, bella vivida, senza spigoli o ruvidezze. La stessa che sento di avere quando inizio un nuovo romanzo, o ne termino uno; quando un bambino mi manda la foto di un mio libro che sta leggendo, o una mamma mi racconta che è piaciuto tanto anche a lei.
Tutti avevano storie negli occhi. Ve ne ruberò un po’.
La scrittura di Alberto Cola ha due caratteristiche evidenti: la nitidezza e l’eleganza. Più una capacità di sintesi che appartiene a pochi: riesce a condensare in un numero limitato di pagine l’intensità di un intero dramma.

Valerio Evangelisti
Scrittore

Alberto Cola, storia dopo storia, si sta imponendo come uno degli autori più interessanti della nuova generazione, ma la sua voglia di continuare a esprimersi ad alti livelli non si ferma, e ci dà la conferma che abbiamo a che fare con un autore di talento, in grado di esprimersi su ottimi livelli toccando con disinvoltura diversi generi narrativi.

Franco Forte
Scrittore, editor, direttore editoriale delle collane da edicola Mondadori

La lunga esperienza nel racconto ha dato ad Alberto Cola l’abilità di cesellare tasselli ben curati, miniature che raccontano un momento e idee folgoranti. Ambientazioni sembrano materializzarsi davanti al lettore, diventando tangibili. La grande capacità evocativa della prosa di Alberto Cola.

Emanuele Manco
Giornalista, saggista,
scrittore ed editor